Anche alcuni arzanesi nell’inferno di Piazza San Carlo a Torino nella notte della finale Champions. Raffaele Del Giudice (il primo a sinistra nella foto) vicepresidente di Legambiente Arzano, di fede juventina era andato a Torino con il cugino Roberto Lanzillo (a destra nella foto) per partecipare ai festeggiamenti in caso di conquista della coppa da parte della Juventus. Questo il suo racconto di quei drammatici momenti. “Siamo arrivati quasi alle 18 ed era già una festa. Eravamo euforici, ansiosi, inconsapevoli. C’erano cori, risate, sorrisi. Poi la partita, il gol di Ronaldo, la delusione, il gol di Mandzukic, la gioia irrefrenabile, gli abbracci, i sorrisi, la speranza.
Tanti sconosciuti che si stringono, mossi dall’unica cosa che hanno in comune: il battito dei cuori, tutti sincronizzati sulla stessa emozione.
Davanti a me c’era una coppia di origine medio orientale, più in là ragazzi di colore. Sono stato abbracciato da due ragazzi che parlavano una lingua per me incomprensibile, eppure nessuno di noi ha esitato neanche a condividere quell’attimo, quel gesto.
Era una festa, doveva essere una festa.
Il gol del 3 ad 1 doveva essere il punto più triste ma la vita ha sorriso ed ha deciso di andare oltre.
È stato un attimo.
Un fragore, alzi gli occhi e li vedi.
Corrono, corrono, corrono.
Non riesci ad elaborare un pensiero di senso che le gambe hanno già iniziato a correre. Non basta.
In un attimo sei a terra. In un attimo cadono in tanti.
Tu sei in terra e pensi “devo andare su”, ma su non ci vai. Come l’onda in mare ti riporta sotto mentre cerchi di risalire, così l’onda che ti ha travolto cerca di buttarti giù. Poi hai uno slancio, sei su, ti fermi e ti guardi intorno. Persone che corrono, che cadono, svengono, che piangono.
L’aria si riempie di urla e di voci.
Le maglie bianconere tinte di rosso. Scopri così il significato della parola paura.
Sembrano passate ore ma in realtà sono attimi, secondi di terrore. Così riprendi a correre.
Corri, corri, corri.
Le persone continuano a cadere e tu corri. Cerchi di andare lontano, dove la paura sembra non essere arrivata. Hai il tempo di una chiamata. Chiami casa, “sto bene”. Poi si ricomincia.
Qualcuno urla e si ricomincia a correre. Non sai dove stai andando, importa solo essere lontano da ciò che hai alle spalle pur non sapendo cosa sia in realtà.
Solo molte ore dopo saprai che in realtà non c’è niente.
Ripensi ai volti. Ragazzi, vecchi, donne e bambini, alcuni piccolissimi. Ovunque voi siate, spero che siate a casa, magari con qualche graffio e solo un brutto ricordo di ciò che sarebbe potuto essere e non è stato”.

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