(di Giovanni Bevilacqua) Ci sono giorni che hanno ore infinite. Quando questo accade significa che stai contando il tempo. Significa che il tempo ti sta sopraffacendo. Significa che il tempo corre più del tuo pensare il tempo. È forse questa intimità forzata, questa solitudine imposta che rende tutto più complicato. È il pensiero del non riuscire a doppiare il confine materiale dei mondi, il pensiero di non riuscire a raggiungere l’altro oceano. In quell’oceano ove saranno anche grandi e maestose le onde, onde capaci di cambiare il paesaggio, ma vogliamo e dobbiamo arrivarci. La sfida ci sembra possibile oltre che necessaria, restare fermi dove siamo non ci porta sicurezza, non lo troviamo utile.

Ci sono giorni in cui tutto il buio del mondo viene squarciato, in un attimo siamo dall’altra parte: un varco valicato, un ponte attraversato, un capo doppiato. Ci sono giorni, come il Natale, dove trovi vero il sogno. Ci raccontavano favole, continuiamo a raccontarle. Non sono vere, se lo fossero sarebbe inutile sognare.

Nel Presepe scorre il tempo sognato. Il sogno permette al tempo di rientrare nel suo alveo naturale, di scorrere come sentiamo scorrere l’acqua del finto ruscello fatto solo di alluminio. Non c’è bisogno di acqua vera (che qualcuno si ostina a volere), il sogno non ha bisogno del vero, al contrario è il nostro presente quotidiano che ha bisogno del sogno. Accade tutto in una notte. Noi non siamo nel presepe, noi siamo i costruttori del presepe: tutto il tempo che viene ci appartiene. Noi siamo gli orologiai del tempo terreno, il tempo del Natale appartiene alla Misericordia. Buon Natale

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