(di Giovanni Bevilacqua) Quando si diventa vecchi? A questa risposta c’è un Paese nostro confinante che ha saputo rispondere con certezza. C’è una direttiva (dal titolo «Triage dei trattamenti di medicina intensiva in caso di scarsità di risorse») dell’Accademia Svizzera delle scienze mediche e della Società di medicina intensiva, riguardante i pazienti che non saranno sottoposti ad “alcuna rianimazione cardiopolmonare” se dovessero riscontrarsi scarsità di posti in terapia intensiva.

Il testo recita: «Età superiore a 85 anni o età superiore a 75 anni se accompagnata da almeno uno dei seguenti criteri: cirrosi epatica, insufficienza renale cronica stadio III, insufficienza cardiaca di classe NYHA superiore a 1 e sopravvivenza stimata a meno di 24 mesi». Altrove si specifica pure che alle cure non avranno accesso coloro che soffrono di demenza grave e altre condizioni considerate, dall’Accademia, incurabili.

È una notizia allucinante di qualche giorno fa. In Svizzera il Covid-19 corre come da noi, e forse più.

La banalità della vecchiaia come sapienza, ricchezza, i nostri vicini sembrano non conoscerla. I “vecchi” vanno accuditi, coccolati, accarezzati. Non hanno avuto vergogna di accudire noi, da piccoli quando li lordavamo dei nostri bisogni, piangevamo e disturbavano i loro sonni. I vecchi sono stati giovani, sono quelli che hanno deciso di vederci adulti qui e adesso. Non sono altro da noi, sono noi anche nel soma: guardiamoli, diventeremo così. Attraverso il loro accudimento coltiviamo la speranza che i nostri figli non decideranno di scegliere fino a quando curarci. Alla vita non appartiene solo una fine, ma primariamente possiede un fine.

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