DIARIO / 36

(di Giovanni Bevilacqua)

14 aprile 2020. Trentaseiesimo giorno. «Sentinella, a che ora è la notte?» Isaia (21, 11). Bisognerà che qualcuno risponda. Le scuole non riapriranno. Il luogo principe della democrazia rimane inaccessibile. Anche su questo presidio primario cade la notte. Verrà a mancare il rito del giudizio finale per le classi intermedie, soprattutto verrà a mancare il rito finale dei ragazzi impegnati nella maturità. È vero che da tempo aveva perso la sua aura di prova d’esame terribile. Restava comunque una sorta di uscita dall’efebia. Ricordo che l’efebia era (come si legge nel vocabolario Treccani) una «Istituzione dell’antica Atene (ma attestata anche in altre città greche), in base alla quale i giovani liberi, all’età di 18 anni, venivano iscritti nelle liste di leva, e, dopo aver ricevuto sotto la sorveglianza di speciali magistrati elettivi un’educazione militare, letteraria e musicale, prestavano servizio nella difesa delle frontiere per un anno o due, dopo di che l’efebia era terminata e gli efebi prendevano posto tra gli altri cittadini.» Le prove, d’esame e non, saranno condotte a distanza, attraverso il computer. Mi chiedo se tutte le famiglie degli studenti abbiano strumenti adatti anche per queste prove a distanza. Chi si sta occupando di loro? Chi si prenderà carico di traghettarli nella nuova didattica? Tutti i docenti sono in grado di usare la didattica a distanza? La scuola è stata creata perché ci fossero persone capaci di governare (in senso totale) il futuro: chiuderla produrrà un vuoto di cui non sappiamo quantificarne i danni: economici, quelli superabili, culturali e morali non sicuramente sopportabili. La sentinella teneva alta la torcia, girando per la città, i genitori facciano in modo che i figli tengano alto l’interesse culturale per non perdere il futuro: la notte finirà comunque.

A domani

Foto d’archivio

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