Diario / 10

(di Giovanni Bevilacqua)

19 marzo 2020. Decimo giorno. L’amore che vince la paura. Stamani ho potuto vivere in diretta lo stato d’animo del tempo (e dello spazio) nel quale siamo immersi. Una ragazza scende e al portone d’ingresso abbraccia appassionatamente quello che deve essere il suo fidanzato. La cosa si è protratta per diversi minuti. Non poteva sfuggire ai tanti che sono ai balconi, per ovvi motivi. Da un balcone si grida “vergogna” al loro indirizzo. La cosa non sortisce alcuna reazione da parte loro, si spostano soltanto un po’ più in là continuando ad avvinghiarsi l’un sull’altra. Non è il caso di prolungarsi, la ragazza è risalita senza alcuna vergogna anzi si è levata la maglietta mostrando spalle e altro alla vista del caseggiato, mandandoci a quel paese. Due facce della condizione umana attuale: il desiderio di evitare la diffusione del contagio, il desiderio del contatto con la persona amata. Quanti cambiamenti stanno accadendo in noi. Quanti ne sopporteremo. Sono prove necessarie: alla fine saremo tutti cambiati. Niente accade per caso, qualcuno si sente fuori o se ne chiama fuori (“fuori” parola proibita), è consentito?, possiamo permetterlo? Siamo chiamati a fare la nostra parte, c’è chi non è parte di nulla e dobbiamo prenderne atto. Voglio ricordare che domani mattina alle 11,00 ci sarà una sorta di flash mov nazionale: tutte le radio trasmetteranno l’Inno nazionale e altri tre brani. Sventolio di bandiere e applausi sono utili (forse anche a quella ragazza che ci ha mandati a quel Paese. Fosse possibile, poi!).

A domani

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