Diario

(di Giovanni Bevilacqua)

8 aprile 2020. Trentesimo giorno. Giorno di paga. Avessi fatto un contratto economico (ma non l’ho neanche immaginato) con il direttore, oggi sarebbe il mio giorno di paga. Salario (una “razione di sale”), lo chiamavano così i romani. Il sale era così prezioso che si utilizzava per gratificare i militari e altri impiegati (almeno in parte). Salaria è anche una strada; fu così detta dai romani perché attraverso essa trasportavano sale dall’Adriatico a Roma. Oggi, la paga mensile viene detta stipendio, e anche questo sostantivo è legato alla paga militare. Oggi, cosa più importante, ricorre la Pasqua ebraica. Nel calendario lunare degli ebrei, oggi è il 14 di nisan. Gli ebrei preparano il seder. Si mangia pane azzimo (non lievitato) e senza sale (quello che sperano di ottenere). Il rito prevede di riunirsi (più famiglie, ma anche più amici) al tramonto intorno alla tavola imbandita, preparata con vino e verdure varie; ad un anziano, conoscitore del rito e della tradizione, è assegnato il compito di ricordare il momento del passaggio (Pasqua) dalla schiavitù in Egitto alla libertà, al più giovane presente (in genere un bambino) il compito di provocare il racconto, chiedendone l’origine e il significato. Non è il caso di prolungarsi. Il ricordo di questa ricorrenza ebraica è duplice: sono, gli ebrei, i “nostri fratelli maggiori” (espressione di Giovanni Paolo II), siamo nella Settimana Santa e ci occuperemo anche della nostra Pasqua. Questo interesse lo trovo necessario, perché la “religione” nostra, figlia dell’ebraismo, si esprime in una nazione “laica” ma non “atea”. Il tessuto culturale occidentale è intriso di cristianesimo e questi giorni sono quelli più attesi da tutti quelli che hanno fede. Quella fede che in questi momenti aiuta la speranza.

A domani

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