Diario – 33

(di Giovanni Bevilacqua)

11 aprile 2020. Trentatreesimo giorno. Sabato Santo. La parola di oggi è attesa. Cristo morto e sepolto. Compiute le profezie, si attende l’evento che cambierà definitivamente il rapporto uomo-Dio. Il nostro rapporto con Dio. Quello dei cristiani è un Dio vicino, prossimo. Talmente vicino che non si è sottratto neanche all’evento atroce della Croce. Doveva accadere, perché è dal sangue sparso di Cristo che nasce la Chiesa. L’attesa è silente: nessun suono di campane fino alla celebrazione di mezzanotte. Le campane spargeranno per l’aria tutta la gioia dei credenti che, nella certezza della salvezza riprendono a cantare in coro. Stiamo tutti vivendo in attesa. L’attesa che questo nemico invisibile ci vuole chiusi, anche se non al buio come nel sepolcro. In attesa che esaurisca la sua virulenza. Siamo come i pulcini nell’uovo nell’attimo prima di trovare la forza per rompere il guscio. Abbiamo bisogno di essere certi di poter camminare, una volta che lasciamo il nido. È un po’ come essere ritornati alle origini: pensate le nostre case come un guscio, ci tengono al sicuro, dobbiamo sentirci protetti. Una volta fatto nostro l’assunto che dentro siamo al sicuro, l’attesa ci peserà meno.

Invio a tutti i lettori i miei più affettuosi auguri di BUONA PASQUA.

A domani

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